Se John Biguenet elogia il silenzio: un invito alla fuga consapevole dal chiasso che ci circonda

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Il gesto del bellissimo bambino che ci guarda dalla copertina dell’edizione italiana dell’Elogio del silenzio di John Biguenet è inequivocabile: con il ditino indice poggiato dritto e perpendicolare sulle labbra appena dischiuse ci sta inviando un messaggio muto, che proprio nell’assenza di parole, suoni e rumori concilia nel contempo il suo contenuto e il suo obiettivo: fare piano, abbassare la voce, meglio ancora tacere. Non resta che obbedire, prendere tra le mani il volumetto e cominciare a sfogliarlo, possibilmente in condizioni atmosferiche e acustiche tali da farci percepire esclusivamente il fruscio della carta. Impossibile, direte voi. Eppure proprio di questo si tratta e si va a parlare: del silenzio inteso come fuga dal chiasso circostante, della sua importanza, del suo valore e della necessità di salvaguardare la sua delicatissima dimensione.
  Suddiviso in cinque parti – con la prima, Cos’è il silenzio?, e l’ultima, Il futuro del silenzio, a fare da prologo ed epilogo – il lavoro di Biguenet non si pone l’obiettivo dell’esaustività: nessuna trattazione scientifica seguita da una storia culturale, sociale e simbolica del fenomeno a completare il quadro. Al contrario, i contenuti del volumetto esplicitano e confermano senza ambiguità quanto annunciato nel titolo e nel sottotitolo: al silenzio, anche quando esso assume sfumature affatto rassicuranti o non del tutto positive, l’autore riserva quasi esclusivamente lodi, mentre la sua ricerca – o perlomeno la moderazione del livello di chiasso costante e continuo nel quale viviamo – è posta come necessaria e salvifica per l’umanità (e non solo); pena la riduzione di noi tutti alla stregua di «balene sole», che non riescono più a comunicare con i propri simili per colpa del disturbo sonoro prevaricante tra i flutti nei quali sono costrette a menare l’esistenza.
(coontinua a leggere su CriticaLetteraria)
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