Silenzio, come e quanto usarlo per diventare migliori

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Pausa, ragazzi. Abbassiamo il volume, parliamo un po’ meno. Ancora meno, sì. E proviamoci senza che l’imbarazzo ci faccia mordere un labbro e schizzare lo sguardo altrove. In cerca di una comunicazione, magari sullo smartphone. Il silenzio — ecco la notizia — ci angoscia. Ma non abbiamo colpe. Siamo nati con un brusio di modernità in filodiffusione che si chiama «rumore»: figlio della società industriale, è diventato ormai la colonna sonora delle nostre esistenze. Ci siamo quasi affezionati. I clacson. Le canzoni sparate dentro i negozi. La tv sempre accesa in casa. I telefoni sempre connessi in tasca e nelle orecchie. «Aspirate al silenzio come forma di resistenza», ci invita invece David Le Breton, antropologo e sociologo francese che si definisce «uomo piuttosto silenzioso», in Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo (Cortina ed., esce il 30/8). «Il silenzio ci libera del peso di dover essere sempre disponibili e in allerta pur di dimostrare un’intensa sensazione di essere al mondo», precisa Le Breton, fra gli ospiti de Il Tempo delle donne, la festa-festival del Corriere della Sera in programma il 7/8/9 settembre alla Triennale di Milano. Avete presente le persone che riempiono le pause quando stanno con noi o l’ascolto senza parole dell’analista davanti agli sfoghi sul lettino? Sono due esempi estremi di quanto il silenzio sia oggi raro e allo stesso tempo potente.

Il silenzio che si trova camminando…

Il silenzio, si legge, «è una pietra angolare della cura fondata non sul mutismo dell’analista, bensì sulla parsimonia di una parola che acquista ancor più rilievo quando è pronunciata, e che autorizza l’analizzando a parlare di sé senza riserve». «Io il silenzio lo trovo camminando. In una società competitiva, flessibile e piena di stimoli come la nostra fermarsi per capire e prendere delle scelte in una dimensione intima è necessario», aggiunge Le Breton. Sarà per questo che si sprecano gli elogi sugli effetti del camminare: un passo dopo l’altro ci prendiamo le distanze (anche acustiche) che ci servono per ascoltare noi stessi. Ma anche conoscerci e comprendere gli altri. O l’Altro. «Quasi tutte le religioni intrattengono una relazione privilegiata con il silenzio perché Dio è lì, è la preghiera che non ha bisogno di parole», conclude Le Breton. Altro che. Ne sa qualcosa Paola Biacino, 60 anni, tre figlie, un matrimonio annullato alle spalle e una vita da eremita. Da 14 anni vive sola in una baita a mille metri, dalle parti di Bagnolo Piemonte: si autogestisce, fa dei lavoretti («Dipingo icone e lavoro a maglia, per il resto mi aiuta la provvidenza»), accoglie tutta la gente che ha bisogno di confrontarsi con lei e ritrovarsi. Ma soprattutto prega. Inizia alle tre di notte.

(continua a leggere su Corriere.it)

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