Ascoltare la musica soffice del silenzio

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Parlare del silenzio. Detta così, la frase sembra un paradosso, una contraddizione in termini. D’altra parte, avviene come per tutte le realtà grandi ed essenziali: le si capisce bene solo mettendole a confronto/contrasto. Come la vita si comprende bene alla luce della morte, così il silenzio prende senso se confrontato con la parola.Con la quale peraltro si riconcilia, in quanto silenzio e parola sono due forme di una stessa cosa, il linguaggio, che è per essenza modo della comunicazione, del rapporto che si crea tra noi e qualsiasi cosa che è “altra”, persino con quella parte di noi stessi che sentiamo come zona “diversa” e oscura per cui non troviamo parole. Non diciamo forse “voce, o suono, del silenzio”? Mi ricorda una bella canzone, perché il silenzio è anche musica.

Non volevo cominciare con divagazioni pseudo-filosofiche. Proponendomi di scrivere qualcosa sul silenzio, mi sono venute in mente due esperienze.

Ho scritto una poesia…

La prima ha a che fare con gli anni lontani e beati di quando insegnavo alle medie. Ricordo che certi alunni, quando erano entrati un po’ in confidenza, mi portavano dei bigliettini, dicendomi: «Prof, ho scritto una poesia». Facevano tenerezza. Si trattava quasi sempre di testi dove ogni tanto si andava a capo a metà della riga, o dove a volte apparivano qua e là delle rime. Ingenuità, certo, ma dietro la quali c’erano due intuizioni importanti.

La prima è che, per fare una “poesia” bisogna che le parole respirino in “spazi di silenzio”, che era poi la zona “bianca” in cui erano immerse. La prosa, il racconto, anche la descrizione possono occupare tutta la riga: la poesia no, perché l’emozione da cui nasce ha bisogno di essere “protetta” da fasce di non-parola.

(Continua su Settimananews.it)

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