Intervista con Remo Bassetti, autore del libro: “Storia e pratica del silenzio”

Condividi

Dott. Remo Bassetti, Lei è autore del libro Storia e pratica del silenzio edito da Bollati Boringhieri: perché abbiamo bisogno del silenzio?
In realtà quel che penso è che abbiamo bisogno del silenzio almeno quanto abbiamo bisogno delle parole. Se però sono stati spesi interi tomi per dar conto del significato delle parole e della distinzione tra quelle salvifiche e quelle omicide, tra quelle vuotamente retoriche e quelle intensamente chiarificatrici, e così via, il silenzio viene di solito liquidato in blocco. Eppure le vite individuali, al pari delle istituzioni o delle relazioni sentimentali, sono definite anche dalla qualità dei silenzi. Questo per quel che concerne il silenzio in rapporto alle parole. C’è poi il silenzio rispetto al rumore, che sta conoscendo una grande rivalutazione come strumento di difesa e costruzione di una propria interiorità. Il rumore però è un suono che noi qualifichiamo “culturalmente” come rumore. Nessuno, secoli addietro, si sarebbe sognato di considerare le campane un rumore. Diciamo che anche questa storia di “fuggire dai rumori del mondo” rischia di svilirsi in un passeggero fenomeno di marketing. Prima di essere noi ad avere bisogno del silenzio, è il silenzio che ha bisogno di nostre riflessioni un po’ meno convenzionali.

Quale funzione aveva il silenzio nelle civiltà antiche?
Contrariamente a quel che si può pensare le civiltà antiche erano piuttosto chiassose. In Grecia, poi, il silenzio era una punizione, una iattura, una segregazione dalla comunità. Nel migliore dei casi un’appendice della parola, come le pause o le omissioni sapientemente usate nel discorso retorico. Un’analoga funzione di contrappeso era il massimo cui potesse aspirare nelle funzioni religiose. Un’eccezione fu la scuola pitagorica. E in verità una traccia del valore del silenzio si reperisce andando a fondo della dottrina socratica. La situazione non cambiò troppo neppure a Roma, salvo il fatto che si cominciò a riflettere su come inquadrare il silenzio giuridicamente, che si trattasse di quello dell’imputato o della parte che doveva concludere un contratto.

(Continua a leggere su Letture.org)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *