Montagna, recuperiamo il valore del silenzio

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Sul numero 9 del supplemento del Corriere della Sera il professor Nicola Gardini, docente di Letteratura italiana all’Università di Oxford, invita a riflettere sul tema del silenzio. Un tema centrale della civiltà occidentale, che la tradizione monastica ha elevato a forma di comunicazione piena con il «totalmente altro». Argomento, questo, che merita grande attenzione in un’epoca, come la nostra, spaventata dal «rumore del silenzio». Il silenzio fa rumore, quindi? Direi che questo «ossimoro», ossia la combinazione di significati opposti (pensiamo al «ghiaccio bollente» di una canzone di successo anni Cinquanta di Tony Dallara ma anche, per essere rigorosi, alla definizione impropria di «paesaggio naturale»), riflette una tendenza sempre più diffusa verso l’incapacità di gestire il silenzio in maniera arricchente. Le nuove generazioni, nella stragrande maggioranza, sono totalmente dipendenti dal rumore.

Sia di quello proveniente dai suoni assordanti degli apparecchi radiotelevisivi o dei clacson degli auto e motoveicoli, sia di quello vissuto in privato, mediante auricolari, tramite «iPod», sia di rumori derivanti da altre innumerevoli fonti. Se tali scenari costituiscono ormai il pedaggio da pagare nei contesti urbani, di cui rappresentano la norma, altro discorso vale per contesti di montagna dove il silenzio dovrebbe fare la differenza. Ed invece non è più così.

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