Sostare dentro il silenzio

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«Non ho parole» è una frase che ripetiamo spesso davanti un evento che ci trova impreparati, che ci sconvolge improvvisamente. Ma questa (temporanea) mancanza di parole è davvero silenzio? Quando diventa silenzio, ovvero il luogo fisico e psichico del non detto, del non pronunciato, del non pensato e del non pensabile? Come il silenzio di un paese che si vede solo da lontano. Che si immagina dalle luci che pulsano nel buio.

La comunicazione verbale non è tutto. L’espressività dello sguardo è altrettanto importante dei discorsi. Se tacciono le parole, a volte parla lo sguardo, parlano i movimenti del corpo, parlano altri elementi del contesto e magari ci raccontano cose che non abbiamo mai sentito, mai voluto sentire e vedere e forse neppure pensare.

L’arte ci offre degli esempi. Il silenzio di una natura morta. Un bicchiere, una bottiglia, un vaso di fiori, un quadro appeso alla parete in modo un po’ sbilenco, una fotografia, un semplice segno su un foglio, finanche una banana (come la celeberrima banana che Maurizio Cattelan ha installato nello stand della galleria Perrotin alla fiera Art Basel Miami), creano un’atmosfera che parla da sola.

Come in un cimitero all’aperto, sul costone di una montagna che degrada verso il mare. L’odore penetrante dei fiori freschi e appassiti, i fiori primaverili che sbocciano spontanei tra un gradino e l’altro della scalinata. Tutto intorno è silenzio, mentre i gabbiani, ormai padroni indisturbati del luogo, planano e sostano sulle tombe come figure ieratiche, di una solennità maestosa. Il tempo è sospeso, eterno per i morti, eppure scorre, infinitesimale, consuma ogni cosa, ogni parola, che impercettibilmente  diviene superflua, inutile, quasi priva di senso.

Il silenzio attraversa anche la poesia, come una falda acquifera che scorre sotterranea, subisce delle oscillazioni di portata e talora risale in superficie, portando con sé delle parole, dei gesti, dei suoni, che testimoniano un percorso lungo e tortuoso di elaborazione mentale e consapevolezza.

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